Introduzione: Le ali strappate
Le ali non si spezzano mai all'improvviso, con un unico colpo secco e misericordioso. Vengono strappate a piccoli morsi d'ombra, un insulto sussurrato a mezza bocca alla volta, un'indifferenza scolpita nella quotidianità, finché di quel mantello lucente e sterminato non resta che il ricordo sfocato di una piuma imbrattata di fango e calpestata sul marciapiede.
Ero una bambina di una gentilezza sconfinata, quasi malata. Ero quella creatura sognatrice e ipersensibile che si fermava a raccogliere gli uccelli feriti dalle pozzanghere, che tentava di fasciare le zampe spezzate dei cani randagi, che cercava un significato sacro e profondo nei dettagli più insignificanti che gli altri calpestavano senza nemmeno guardare. La mia anima era un vaso aperto, pronto ad accogliere la luce del mondo. Ma la gentilezza, in questo mattatoio che gli uomini chiamano società, viene scambiata per una debolezza da punire, un bersaglio invitante per chiunque cerchi un modo per sfogare la propria miseria.
Mi chiamavano "strana". Non capivano la mia lentezza, i miei silenzi prolungati, la mia tendenza a fissare l'orizzonte come se stessi ascoltando una musica che soltanto le mie orecchie potevano percepire. A scuola mi guardavano come si guarda una macchia di umidità su un muro pulito, isolandomi in un cerchio invisibile ma impenetrabile di derisione. Mi spingevano nei corridoi, mi nascondevano i libri, ridevano a crepapelle per il solo modo in cui muovevo le mani o per la timidezza con cui pronunciavo le risposte durante le interrogazioni. La loro crudeltà non aveva un fine preciso; era la violenza gratuita dei mediocri di fronte a ciò che non riescono a comprendere.
Non mi sono mai sentita parte di qualcosa. Mai parte di qualcuno. Ho trascorso l'infanzia e l'adolescenza a fluttuare ai margini delle vite altrui, come un fantasma che osserva attraverso una vetrina appannata una festa a cui non è mai stato invitato. Per anni e anni ho accumulato dentro il mio petto una rabbia densa, nera, fredda come il guscio di un rettile. Era un veleno primordiale che ha lentamente corroso ogni singola fibra della mia empatia, prosciugando la sorgente della mia dolcezza e trasformandomi, giorno dopo giorno, in un'anima sadica, volubile, drammaticamente imprevedibile — costantemente in bilico sul baratro di una follia bipolare che alternava abissi di sconforto paralizzante a picchi di euforia distruttiva.
Quando un angelo cade nell'abisso e smette finalmente di piangere, scopre una verità terribile e bellissima: non è più costretto a subire. Può prendere quel buio che lo ha trafitto, modellarlo con le proprie mani e imparare a governare l'oscurità.
Capitolo 1: Le grida inascoltate e il primo sangue
Se solo qualcuno avesse ascoltato le mie grida... Se solo un singolo essere umano si fosse accorto che sotto i miei sorrisi tirati si stendeva un deserto di macerie. Se solo qualcuno mi avesse dato la sua mano mentre io cadevo, precipitando verso un fondo che sembrava non arrivare mai, mentre io mi sbracciavo nell'aria senza che nessuno se ne accorgesse. Se solo qualcuno mi avesse salvata, con la stessa devota disperazione con cui io avevo cercato di salvare loro dal peso insopportabile del loro stesso mondo.
Invece ero costretta a raccogliermi da sola, pezzo dopo pezzo, coccio dopo coccio, ogni volta che mi buttavo a capofitto sulle spine aride del loro disprezzo. Nessuno muoveva un dito. Nemmeno si accorgevano di quanto male, di quanta sporcizia e veleno mi buttavano addosso ogni singolo giorno con la loro indifferenza calcolata, con le loro risate soffocate, con la cattiveria gratuita di chi si sente forte solo quando schiaccia un verme.
Fino al compimento dei miei venticinque anni, ho continuato a fingere. Indossavo la maschera della ragazza stravagante ma innocua, la pittrice stramba che viveva nel suo mondo di colori e parole, la scrittrice che cercava di dare una forma al caos. Avevo un compagno, un ragazzo che per lungo tempo avevo considerato l'ultimo baluardo della mia umanità, il ponte sottile che ancora mi legava alla razza umana. Avevo investito su di lui l'ultimo briciolo di fede che mi rimaneva nel petto. Credevo davvero che lui potesse essere la mia àncora, la mia salvezza, il porto sicuro dove riposare dopo anni di tempesta.
Ma il 25 ottobre — il giorno del mio venticinquesimo compleanno — l'universo ha deciso di mostrarmi la sua vera, orribile forma attraverso la persona che amavo.
Ero rimasta in casa per tutta la sera, in attesa. Avevo preparato la cena, avevo acceso le candele, indossato il vestito migliore, sperando in un gesto, in un abbraccio, in uno sguardo che dicesse semplicemente: “Ti vedo. So quanto hai sofferto, e stasera sei al sicuro”. Lui arrivò tardi. Non solo si era completamente dimenticato della ricorrenza, ma era ubriaco, irritabile, intriso di un'arroganza sprezzante. Quando gli feci notare con voce tremante che era il mio compleanno, mi rispose con una risata cinica. Mi disse che ero la solita drammatica, che il mondo non girava intorno ai miei bisogni ridicoli, che era stanco della mia tristezza cronica e del mio modo di fare asociale e strambo. Mi trattò come un peso, una spazzatura di cui avrebbe volentieri fatto a meno.
In quel preciso istante, qualcosa dentro la mia testa ha fatto un suono metallico, un click definitivo. La gabbia di vetro in cui avevo rinchiuso il mostro per venticinque anni si è frantumata in un miliardo di schegge affilate. La rabbia accumulata dall'infanzia, l'odio per ogni spinta ricevuta nei corridoi della scuola, per ogni sguardo disgustato, per ogni promessa infranta, è esplosa in un'ondata cieca, totale, devastante.
Non c'era più la ragazza timida. Non c'era più la sognatrice. C'era solo la predatrice che reclamava il suo tributo.
L'ho colpito alla testa con una pesante statuetta di marmo prima che potesse persino rendersi conto di cosa stesse accadendo. Quando è crollato sul pavimento della cucina, stordito e sanguinante, l'ho legato alla sedia con i cavi elettrici delle lampade. La notte si è trasformata in un teatro d'orrore e rivelazione. Per ore l'ho torturato, esplorando la sua carne con la precisione di una scienziata e la spietatezza di un boia. Volevo sentire fin dove arrivava il suo dolore, volevo vedere se sotto la pelle era vuoto quanto me.
Io non volevo farlo... o forse sì. Ero sopraffatta da una tristezza infinita, da un lutto viscerale per ciò che stavo distruggendo, eppure, mentre la sua vita sfuggiva via a ogni taglio, mentre i suoi pianti imploranti riempivano la stanza, sentivo una calma indicibile, quasi orgasmica, farsi strada nel mio petto. Piangevo a dirotto, le lacrime mi accecavano la vista, tremavo come una foglia al vento, eppure dalla mia bocca usciva una risata isterica, argentina, sfrenata. Era il suono di un'anima che si spezzava e si ricomponeva in una forma completamente nuova.
Quando il suo cuore ha smesso di battere, il silenzio della casa è diventato solenne. Nessuno mi aveva scoperta. Ho pulito ogni singola goccia di sangue con ossessiva pignoleria, usando candeggina e acido, lavorando fino a quando le mie nocche non sono diventate rosse e piagate. Ho caricato il suo corpo nel bagagliaio della macchina e l'ho trasportato in un bosco isolato, seppellendolo sotto un letto di foglie marcite.
Per i tre giorni successivi ho vissuto sommersa da un senso di solitudine lancinante e da un rimorso divorante. Ma quando sono tornata in mezzo alla gente, mi sono accorta che il mondo attorno a me era cambiato. Il mio sguardo era diventato gelido, profondo come un pozzo senza fondo. Quando camminavo per strada, le persone mi guardavano e abbassavano gli occhi; c'era un'aura di minaccia invisibile che mi circondava. Sentivano il pericolo. Non ridevano più di me. Nessuno osava più rivolgermi una parola sgarbata. La violenza mi aveva donato il rispetto che la gentilezza mi aveva sempre negato. Sentivo chiaramente che qualcosa dentro di me era mutato per sempre: ero rinata.
Capitolo 2: La codardia del volo e l'ossessione per le ossa
"Mi tagliavo le ali da sola," ripetevo a me stessa mentre mi dondolavo sul bordo del letto, nel buio pesto della mia stanza. Ne ero assolutamente consapevole, lucida fino alla crudezza, ma non riuscivo a smettere di farlo. Perché tagliare le piume, staccare le cartilagini, amputare la possibilità di volare era l'unico modo per essere sicura di una cosa: non prendendo mai il volo, non sarei mai più potuta cadere. Nessuno avrebbe più potuto spingermi dal cornicione.
Credo che se solo provassi a rimettere le ali, se provassi di nuovo ad fidarmi, ad aprire il petto verso l'alto, non essendo più capace di volare cadrei inevitabilmente. Mi ferirei, morirei, mi farei un male indicibile. E per cosa, poi? Per qualcosa che non conosco? Per un'illusione d'amore che potrebbe cambiare o svanire nell'arco di un mattino? Per un'abilità che non ho mai posseduto e che non imparerò mai a padroneggiare?
Sapevo che tutto questo mio continuo interrogarmi era sbagliato. Sapevo che la mia mente stava costruendo una prigione logica per giustificare la mostruosità in cui mi stavo rifugiando. Ma l'idea di fallire, la paura di mostrare di nuovo il fianco alla sofferenza, mi impediva persino di muovere un solo passo verso la luce.
E se quella paura non fosse altro che pigrizia? Se fosse solo un'accettazione pavida e accomodante della propria miseria, perché in fin dei conti volare non è poi così interessante? O forse ci autoconvinciamo di questo solo perché siamo spaventati a morte all'idea di scoprire quanto sia vertiginoso il cielo? E se scoprissimo che volare era facile, che bastava un salto di fede, e che noi abbiamo sprecato la nostra vita nel fango soltanto per vigliaccheria? O, al contrario, se scoprissimo di non esservi affatto portati? Se continuassimo a cadere, cadere e cadere, sfracellandoci più e più volte, per poi arrivare lassù troppo rotti, troppo sfigurati per riuscire a godere della vista delle nuvole?
Io lo sapevo. Sapevo tutto questo. La mia intelligenza era una maledizione che analizzava ogni mia singola crepa senza mai offrirmi una soluzione. Sapevo che la mia paura di fallire mi impediva di raggiungere il cielo, ma la certezza dell'inferno era infinitamente più rassicurante dell'incertezza del paradiso. Ho scelto la strada della codardia: sola, triste, con un vuoto vorace dentro di me, per sempre.
Ma l'orrore aveva piantato un seme che chiedeva di germogliare.
A poche settimane dall'omicidio, mentre camminavo verso casa dopo una giornata spossante, un uomo frettoloso mi urtò con forza sulla banchina dell'autobus, facendo cadere la mia cartella di disegni. Invece di scusarsi, mi urlò contro parole volgari, dandomi della ritardata e imprecando per il solo fatto che mi trovassi sul suo cammino. La mia solita gentilezza esteriore mi fece chinare la testa e mormorare una scusa, ma dentro di me la fiamma si riaccese con una virulenza inaudita.
Quella notte stessa, armata di pala, torcia e ferri da taglio, tornai nel bosco. Dissotterrai il corpo del mio primo ragazzo. La decomposizione aveva iniziato il suo lavoro, ma non provai alcun disgusto; l'odore della carne che tornava alla terra mi sembrò il profumo più puro del mondo. Ero completamente ossessionata dalle sue mani: mani lunghe, dita affusolate, sottili, le cui ossa si intravedevano ormai sotto la pelle ingrigita.
Con precisione maniacale, gli amputai entrambe le mani all'altezza dei polsi. Poi, guidata da un delirio artistico indomabile, incisi il petto ed estrassi alcune costole, staccandole dallo sterno con sforzi immani. Portai tutto a casa dentro un sacco di tela nera.
Nella mia stanza da letto preparai il barattolo di vetro con la formaldeide per le mani. Ma per le ossa volevo qualcosa di più: volevo creare un monumento al mio dolore. Iniziai ad assemblare le costole su un basamento di legno, legandole con fili di rame e dipingendole interamente con il mio stesso sangue, che avevo raccolto nei giorni precedenti usando siringhe e un secchiello sterile. La carne morta di chi mi aveva tradito e il sangue vivo di chi era stata ferita si fusero in un'opera d'arte macabra e magnifica.
Capitolo 3: Battesimo di fuoco e carne
Era notte. Era ancora notte. In realtà, nella mia testa era sempre stata notte. Un buio fitto, denso, privo di qualsiasi chiarore. Le stelle erano scomparse da tempo, inghiottite dalle nubi della mia mente, e le lacrime continuavano a percorrere il mio viso come fiumi di pioggia su un vetro sporco. Una notte che sembrava troppo lunga, troppo pesante per essere reale, mi perseguitava senza tregua, lasciandomi distrutta, confusa, corrotta.
Me ne stavo ore ed ore seduta sulla sedia di legno di fronte allo specchio dell'armadio, a fissare quella figura sconosciuta che mi restituiva lo sguardo. Non capivo cosa mi stesse accadendo. Vedevo le mie occhiaie profonde, i miei occhi bianchi e quasi spenti, il mio sorriso che si tendeva in modo innaturale senza che vi fosse alcuna traccia di gioia nel mio cuore.
D'improvviso mi alzai con uno scatto feroce. "Basta!" urlai contro il mio stesso riflesso. "Questo vuoto che ho scelto mi sta uccidendo! Mi uccide ogni giorno di più, scava un buco troppo grande nel mio petto, e questo spazio diventerà sempre più difficile da riempire! Dico di essere forte, ma continuo soltanto a fuggire! Voglio la mia libertà, ma sono io stessa a sbarrarmi la strada! È ora di finirla!"
Si faceva giorno pian piano fuori dalla finestra, come se il tempo atmosferico tentasse di riflettere lo stato del mio cuore — ammesso che ne avessi ancora uno. A volte pensavo davvero di averlo dimenticato, o di averlo perso da qualche parte lungo il cammino dell'infanzia, dimenticandomi poi di andare a riprenderlo. Ma questa volta ero decisa a riempire quel vuoto a qualunque costo.
Ogni volta che guardavo la scultura di ossa e sangue sulla mia scrivania, sentivo una scarica elettrica attraversarmi la spina dorsale. Quelle mani immerse nel barattolo mi facevano un effetto quasi erotico, una carica sessuale malata e viscerale, un'attrazione morbosa per la rigidità della morte. Ma non potevano restare lì, nude, vuote, prive di uno scopo. Era uno spreco intollerabile osservare la bellezza della morte senza darle una forma suprema, senza darle vita. E cosa dona a una fenice la vera rinascita, se non il fuoco purificatore?
Mancavano pochi giorni a Natale. Le strade erano piene di luminarie disgustose, di canti festosi, di famiglie sorridenti che acquistavano regali insulsi. Odiavo ogni singolo istante di quella finzione collettiva.
Prese quelle mani dal barattolo. Asciugai la sostanza chimica che le conservava. Andai nel soggiorno, dove avevo allestito un albero di Natale spoglio, secco, privo di aghi e decorazioni convenzionali. Con una violenza metodica, infilzai le mani tagliate sui rami appuntiti, disponendole come se stessero cercando di afferrare l'aria, come se stessero pregando per avere misericordia.
Incorniciate in quella struttura di legno morto, le mani sembravano un'opera d'arte sacra. Scattai una fotografia con una vecchia fotocamera istantanea, conservando l'immagine sul mio petto. Poi versai taniche di benzina sul divano, sul tappeto, ai piedi dell'albero e lungo tutti i muri della casa. Accesi un fiammifero e lo lanciai.
L'esplosione fu bellissima. Un ruggito di fuoco rosso vivo, scarlatto, che inghiottì in un secondo tutti i miei ricordi d'infanzia, le mie paure, le mie vecchie lacrime. La casa saltò in aria in una fiammata maestosa che illuminò la notte di dicembre. Il mio vuoto bianco ora si era tinto di rosso per sempre. Un addio definitivo alle mie preoccupazioni, ai miei problemi, perché avevo capito che nessuno al mondo poteva aiutarmi, e che da sola, nella mia follia, ero finalmente diventata abbastanza.
Il giorno del giudizio era arrivato. Il mio viso era macchiato di fuliggine e rosso, i miei occhi bianchi e quasi privi di pupilla brillavano nella notte. Ma ce l'avevo fatta. Avevo distrutto il mio passato. Avevo tolto una vita e ne avevo consacrato la memoria nel fuoco.
Capitolo 4: La casa del cimitero e la stagione del pianto
I soldi dell'assicurazione arrivarono con una facilità quasi ridicola. Agli occhi degli periti e degli investigatori della polizia, ero soltanto una povera ragazza sotto shock, una giovane artista sopravvissuta per miracolo a una tragica fuga di gas che aveva incenerito la sua abitazione. Il mio sguardo vuoto e le mie lacrime improvvise vennero scambiati per un disturbo post-traumatico da stress; nessuno scavò sotto la superficie.
Con il risarcimento incassato, cercai una nuova dimora che rispecchiasse perfettamente la geografia della mia anima. La trovai alla periferia della città: una grande casa d'epoca, abbandonata da decenni, con la facciata in pietra ingrigita dalle intemperie e il tetto parzialmente eroso dalla vegetazione rampicante. La caratteristica fondamentale, ciò che mi fece innamorare istantaneamente di quel luogo, era la sua posizione: la proprietà confinava direttamente con il muro di cinta del cimitero monumentale cittadino.
L'odore costante di terra bagnata, di mazzi di fiori marcite e di decomposizione strisciante che attraversava il giardino nei giorni di pioggia mi faceva stare incredibilmente bene. Era un profumo calmo, pulito, privo delle ipocrisie dei vivi. Ma la cosa che mi donava un piacere quasi fisico, un brivido sottile che mi percorreva la pelle ogni pomeriggio, era il pianto dei cari che visitavano le tombe.
Mi sedevo spesso sul davanzale della finestra del primo piano, nascosta dietro le pesanti tende di velluto nero, a sorseggiare il mio tè mentre udivo le grida soffocate delle vedove, i singhiozzi dei padri, le preghiere disperate di chi aveva perso qualcuno. Quei pianti erano reali. Quel dolore era autentico. Per la prima volta nella mia vita, non ero più l'unica a soffrire: il mondo intero stava finalmente piangendo insieme a me, e io potevo godere di quella sinfonia di disperazione ogni singolo giorno.
Il Natale, tuttavia, rimaneva il mio nemico giurato. Odiavo la festa con tutta la forza del mio essere. Vedere le persone correre felici, scambiarsi auguri ipocriti mentre io ero sempre stata lasciata da sola nell'angolo più freddo della stanza, mi scatenava dentro una nausea feroce. Oltre a questo, il ricordo del mio compleanno — il 25 ottobre — continuava a bruciare come una piaga infetta. Non avevo mai ricevuto regali veri da bambina, mai una festa, mai qualcuno che dimostrasse di essere felice per il solo fatto che io fossi al mondo.
Ero stufa di tutto ciò. Fu così che il mio lato sadico prese definitivamente il sopravvento. La follia si insediò stabilmente nella mia mente come una regina sul suo trono.
Pianificai la mia nuova esistenza con una freddezza spaventosa. Di giorno continuavo a lavorare: scrivevo romanzi dark che vendevo online con uno pseudonimo, e dipingevo quadri inquietanti che catturavano l'attenzione di collezionisti facoltosi e amanti dell'occulto. Uscivo poco, parlavo ancora meno. Quando mi trovavo in mezzo alla gente, mantenevo quell'atteggiamento schivo e misterioso che invece di allontanare gli uomini, sembrava attrarli come falene verso una fiamma mortale.
L'estate era un momento di pura agonia per me. Odiavo il sole brillante, la pelle scoperta, la gente spiaggiata e sguaiata che rideva sotto la luce accecante. L'estate, la primavera... erano stagioni stupide, piene di una felicità volgare, dove i fiori sbocciavano e gli amori superficiali nascevano solo per morire al primo freddo. Durante i mesi estivi mi rifugiavo interamente nella mia vasta cantina sotterranea. Non uscivo quasi mai, mangiavo appena il minimo indispensabile per rimanere in vita, e passavo il tempo a scrivere, a dipingere nel buio e a progettare le mie future sculture.
L'autunno, invece... l'autunno era la mia patria spirituale. Era la stagione perfetta per innamorarsi e per far innamorare. L'autunno era puro, melanconico, struggente. Le foglie cadevano dagli alberi proprio come la mia vita era caduta in pezzi verso una direzione sempre più marea e oscura. I colori del mondo si ingrigivano, la pioggia lavava la sporcizia delle strade, le vacanze finivano e la gente era costretta a tornare al lavoro, sopraffatta dalla tristezza e dalla routine. L'autunno portava il dolore e la malinconia a tutti: io amavo tutto ciò. Volevo che tutti provassero esattamente quello che mi avevano fatto provare per vent'anni.
A volte mi fermavo a fissare una persona sconosciuta per ore intere. Mi mettevo nell'angolo di un bar o su una panchina del parco e piantavo i miei occhi vuoti sul suo volto, senza battere ciglio, finché quella persona non avvertiva un brivido di terrore e si allontanava a passo svelto. Era inquietante, lo sapevo. Ma prima di diventare questo mostro, ero stata una giovane ragazza adorabile, gentile, una sognatrice con il cuore pieno di speranza.
E se c'è qualcosa che non si deve mai fare in questo mondo crudele, è tagliare le ali a un angelo: perché se gli tagli le ali, l'angelo cade dritto nell'inferno... e una volta lì, impara ad abituarsi al fuoco, fino a diventare il demone più spietato di tutti, terrorizzato perfino all'idea di dover indossare di nuovo le sue vecchie piume bianche.
Capitolo 5: Il collezionista di carne e la notte di Natale
La mia caccia diventò un rituale perfetto, una danza macabra organizzata nei minimi dettagli. Ogni volta che la solitudine si faceva troppo pesante, uscivo nella notte autunnale alla ricerca della mia prossima preda. Cercavo uomini con caratteristiche specifiche: dovevano avere mani eleganti, ossa prominenti, ma soprattutto dovevano possedere uno sguardo capace di farmi battere di nuovo quel grumo di carne secca che portavo nel petto.
Mi delineavo attorno a loro con la grazia di un serpente. Usavo la mia fragilità apparente, il mio alone di scrittrice malinconica per farli cadere ai miei piedi. Li seducevo, ci facevo sesso con una passione selvaggia e disperata, e infine... mi innamoravo davvero di loro. Era un passaggio fondamentale del mio processo artistico: dovevo amarli con tutta me stessa, perché solo uccidendoli potevo rendere quell'amore eterno, incontaminato dalla decadenza della quotidianità e dal rischio del tradimento.
Agivo sempre nello stesso identico modo. Aspettavo con pazienza il giorno del loro compleanno.
Quel giorno, li invitavo a cena nella mia casa accanto al cimitero. Cucinavo per loro, sorridevo con il mio solito sorriso esagerato e vuoto, e versavo nei loro bicchiere di vino una dose massiccia di sonnifero potente. Quando il farmaco faceva effetto e le loro palpebre diventavano pesanti, li trasportavo in cantina usando un carrello da carico.
La mia cantina non era un semplice seminterrato: era un tempio. Le pareti erano coperte dai miei dipinti rossi e neri, l'aria era satura dell'odore di cera d'api, disinfettante e sangue stantio. Lì dentro li legavo a un tavolo operatorio di metallo. Li svegliavo con sali aromatici, perché volevo che fossero coscienti nei loro ultimi momenti. Volevo che vedessero l'amore nei miei occhi mentre li sventravo.
Li torturavo con lentezza quasi liturgica. Incidevo la loro pelle, ascoltavo i loro grugniti di terrore e dolore, compiendo l'atto mentre erano praticamente ancora vivi. Poi tagliavo ciò che mi serviva. Le mani erano sempre la parte fondamentale, il trofeo supremo. Ma non mi fermavo lì. Conservavo alcune ossa delle costole per continuare ad ingrandire la mia scultura monumentale nascosta nell'angolo più oscuro della cantina, il luogo dove andavo a sedermi a piangere ogni volta che la depressione tornava a schiacciarmi.
Oltre alle mani e alle ossa, amavo tenere per me piccoli ricordi anatomici: un piede perfetto, un avambraccio muscoloso, una ciocca di capelli intrisa di sudore, un orecchio finemente scolpito. Qualsiasi cosa fosse abbastanza piccola da poter essere contenuta in una scatola da regalo.
Pochi giorni prima di Natale, iniziava la fase finale del mio capolavoro.
Prendevo le scatolette regalo decoratamente impacchettate con carta elegante e fiocchi di raso nero, contenenti i frammenti di carne essiccati o conservati. Di notte, muovendomi come un gatto nelle tenebre, mi recavo presso le abitazioni delle persone legate alla vittima: le loro madri, le loro mogli, i loro migliori amici. Lasciavo il pacchetto sul pianerottolo o nella cassetta delle lettere, poi mi nascondevo nell'ombra, tra i cespugli o dietro un'auto in sosta, e aspettavo.
Quando il mattino dopo le persone uscivano e aprivano il regalo, assistevo alla scena. Vedevo i loro volti passare dalla confusione all'orrore puro quando riconoscevano il frammento del loro caro. Ascoltavo le loro urla di disperazione che squarciavano l'aria natalizia, vedevo le madri crollare in ginocchio sulla neve bagnata, piangendo lacrime di sangue spirituale per la morte del figlio.
In quei momenti, nascosta nell'ombra, mi sentivo infinitamente forte. Sotto la pioggia fredda di dicembre, sentivo che finalmente il mondo era riallineato. Io ero già stata uccisa decine di volte da bambina e nessuno se n'era mai accorto, nessuno aveva mai versato una singola lacrima per la mia anima distrutta. Ma davanti a quelle scene di strazio, non ridevo e non piangevo: sfoggiavo soltanto il mio solito, inimitabile sorrisino sadico, quel sorriso accentuato che non esprimeva alcuna allegria, incorniciato da due occhi vuoti e freddi come la morte. Ma dentro di me sapessi che non era spietatezza pura: era solo il mio modo, l'unico che mi era rimasto, per sentirmi finalmente al mio posto in un mondo maledetto.
Il giorno di Natale, infine, celebravo la mia festa personale. Scesa in cantina, prendevo i pacchi contenenti le mani tagliate durante l'anno. Le scartavo una ad una con lentezza, gustandomi la sorpresa come se fossero doni ricevuti da Babbo Natale. Poi salivo in casa, le appendevo con ganci d'acciaio ai rami del mio albero spoglio, e passavo ore intere a guardarle in uno stato di estasi pura, brindando alla mia solitudine con un bicchiere di vino rosso
Capitolo 6: L'illusione della salvezza e l'uomo speciale
I crimini continuarono per anni. Uccisi molte persone, accumulando mani, ossa e ricordi di carne fino all'età di trentatré anni. Ma il vuoto dentro di me, invece di colmarsi, stava diventando un buco nero capace di inghiottire la mia stessa sostanza. Non ce la facevo più. Ero esausta. La fatica di mantenere la doppia vita, il peso insopportabile della solitudine e la costante sensazione di essere un fantasma tra i vivi mi stavano portando al punto di rottura.
Un giorno d'autunno ebbi un crollo psicologico devastante. Era il giorno del compleanno di quella che avrebbe dovuto essere la mia ennesima vittima: un uomo di cui mi ero innamorata in modo diverso, un uomo speciale. Forse mi ero innamorata di lui troppo, in un modo morboso e viscerale che spaventava persino me stessa. Mi ricordava spaventosamente il mio primo amore, ma al contempo mi ricordava me stessa prima che il mondo mi spezzasse le ali.
Era un uomo schivo, con gli stessi occhi tristi e persi che vedevo ogni mattina nel mio specchio. Un poeta fallito che viveva al margine della società, privo di qualsiasi aggressività, pieno di una dolcezza antica e malinconica.
Quella sera era tutto pronto. La cena era sul tavolo, la cantina era stata disinfettata, i coltelli erano affilati. Ma io non riuscivo ad agire. Me ne stavo seduta in cucina con le mani che tremavano in modo incontrollabile. Sentivo una paralisi interiore che non avevo mai provato prima. Non riuscivo a versare la polvere del sonnifero nel suo bicchiere. Guardandolo muoversi per la stanza, il mio cuore batteva a un ritmo impazzito, lacerato da un conflitto mostruoso.
Ma la mia mente malata continuava a ripetermi che dovevo farlo. Dovevo ucciderlo. Se non l'avessi fatto, lui prima o poi avrebbe scoperto chi ero veramente, oppure si sarebbe stancato di me e se ne sarebbe andato, lasciandomi di nuovo sola e distrutta come la prima volta. Ucciderlo era l'unico modo per salvarlo e per salvare me stessa dal dolore dell'abbandono.
Alla fine lo invitai a sedersi a tavola. Lo guardai con uno sguardo intriso di una tristezza così immensa, così profonda che nessun sorriso finto riuscì questa volta a coprirla. I miei occhi erano due abissi di disperazione.
Lui si sedette. Guardò il piatto intatto, poi guardò me. Non mostrava alcun interesse per il suo compleanno, nessuna fretta, nessuna arroganza. Si sporse verso di me attraverso il tavolo, mi prese delicatamente le mani tremanti tra le sue e mi domandò con una dolcezza che mi trapassò l'anima: "Cosa c'è che non va? Perché sei così triste?"
Io rimasi pietrificata. Nessuna delle mie vittime mi aveva mai rivolto una domanda simile. Nessun uomo si era mai preoccupato della mia tristezza.
Lui continuò, senza lasciarmi le mani, mantenendo una voce bassa e carezzevole: "Io so tutto. So cosa hai fatto in questi anni. So dei corpi nel bosco, so della casa bruciata, so cosa si nasconde nella tua cantina. L'ho scoperto settimane fa."
Il mio cuore si fermò. Ero stata scoperta. Ma prima che potessi reagire o cercare un'arma, lui continuò a parlare con un sorriso triste che rispecchiava perfettamente il mio: "Eppure sono venuto qui stasera comunque. Sono venuto a farti festeggiare il mio compleanno. Non ho paura di te. E non devi essere triste... io sono pronto a sacrificarmi per te, se questo può farti stare meglio. Se questo può servire a riempire il tuo vuoto."
In quel preciso istante, la barriera di ghiaccio che aveva avvolto la mia anima per otto anni si frantumò completamente. Le lacrime, calde, ininterrotte, dolorose, tornarono a sgorgare dai miei occhi per la prima volta dopo tanto tempo. Piangevo come una bambina piccola, non sapendo più cosa fare, completamente confusa e sopraffatta da un sentimento di redenzione immensa.
Gli domandai con un filo di voce, soffocata dai singhiozzi: "Perché? Perché fai questo per me?"
Lui si alzò dalla sedia, si avvicinò lentamente a me. La sua figura sembrava emanare una luce purificatrice. Io credevo davvero che quello fosse il momento della mia salvezza. Credevo di aver finalmente trovato la cura a ogni mio male, di essere stata perdonata da Dio o dal destino. Pensai che sarei potuta essere di nuovo felice, che sarei potuta essere di nuovo un angelo, libera di volare senza più la terrore di cadere nell'inferno. Credevo davvero nel nostro amore divino e disperato.
Capitolo 7: Il bacio del ferro e le lacrime rosse
Lui annullò del tutto la distanza tra i nostri corpi. Si chinò verso di me, facendomi appoggiare la testa contro il suo petto. Sentivo il battito del suo cuore, un ritmo calmo e costante che mi sembrava la musica più bella del mondo. Poi si sporse verso il mio orecchio, avvicinando le sue labbra alla mia pelle, fino a toccarmi con il suo respiro tiepido.
Sussurrò con una voce incredibilmente fredda, priva di qualsiasi emozione: "Perché io sono come te."
Prima che la mia mente potesse persino comprendere il senso spaventoso di quelle parole, sentii un dolore fulminante, un'esplosione di ghiaccio e fuoco che mi trapassò il petto da parte a parte.
Con un movimento incredibilmente rapido, chirurgico e spietato, lui aveva estratto un lungo stiletto da caccia dalla sua giacca e me lo aveva piantato dritto al centro del cuore, spingendo la lama fino all'elsa.
Il respiro mi si bloccò in gola con un verso soffocato. Il mondo attorno a me perse istantaneamente ogni colore, virando verso un grigio spettrale. Le mie gambe cedettero all'istante, perse ogni forza, ma lui non mi lasciò cadere subito. Mi tenne stretta tra le sue braccia in un abbraccio mortale, sostenendo il peso del mio corpo che iniziava a tremare nei morsi dell'agonia.
Si chinò sul mio volto. Mi guardò negli occhi mentre la mia vita sfuggiva via a fiocchi, e poi mi diede un ultimo bacio sulle labbra. Fu un bacio lungo, gelido, privo di qualsiasi calore o pietà — un bacio d'addio dato a una carcassa che non serviva più a nulla. Dopodiché, riaprì le braccia e mi lasciò scivolare pesantemente sul pavimento freddo della cucina.
Crollai a terra su un fianco. Il sangue caldo iniziava a sgorgare dalla ferita nel petto, allagando il pavimento di un rosso scarlatto e denso. Morii triste. Morii esattamente come ero nata e come ero vissuta: immersa in un'infinita, insostenibile tristezza.
Mentre me ne stavo lì a terra, agonizzante, sentivo la rabbia e l'odio bruciarmi le viscere ancora più di prima. Ero ancora più delusa del mondo, della vita, delle persone e soprattutto di me stessa. Ero sdegnata dalla mia stessa imperdonabile debolezza: mi ero fidata di nuovo. Avevo riaperto le ali soltanto per farmele strappare un'ultima, definitiva volta dal primo mostro che aveva saputo recitare la parte del salvatore. Ero stata io la sola e unica creatrice di ogni mio singolo male.
Lui si ergeva sopra di me. Mi guardava morire dall'alto, sfoggiando un piccolo, calmo sorriso sulle labbra. Non c'era odio nei suoi occhi, e nemmeno compiacimento: c'era soltanto una totale, agghiacciante indifferenza. Era un predatore esattamente come me, un collezionista che aveva trovato una preda più rara delle altre e l'aveva abbattuta senza il minimo sforzo.
Sul pavimento freddo, mentre la mia vista si appannava e l'oscurità finale avanzava per inghiottirmi, le mie ultime lacrime non furono più trasparenti: si tinsero del rosso del mio stesso sangue che risaliva nei dotti lacrimali.
Lui si voltò lentamente. Senza fretta, senza una sola parola in più, camminò verso la porta d'ingresso, aprì la serratura ed uscì nella fredda notte autunnale, lasciandomi sola con il mio sangue, con i miei ricordi e con il mio eterno, inascoltato silenzio.